EGOINCANTO
Ho fretta!
Devo fare presto perché non resisterai a lungo lì dove sei. Mi sono messa in viaggio per te, e sbando, e ondeggio, e fluttuo sospinta dal vento e dal fiato della gente di passaggio. Non c’è molto tempo, sono ansiosa ma brillo. Splendo di luce impropria, accesa dai riflessi di queste mille pietre sfaccettate che hanno superfici tagliate di specchio. Strana grotta, questa…umida, burrascosa…ha bave grigiastre alle pareti, acqua e muschio, ma si illumina di riflessi iridescenti ad ogni giro che faccio. Mi rende più bella! Il tempo scorre ed io vado più in fretta che posso. Radente sopra una superficie d’acqua con ninfee appoggiate che si tengono per mano. Corri! gridano con vocine acutissime a un millimetro dal la di gola. Assurde e stonate profumano per me. Corri, ma attenta alle insidie! Un incantesimo non è mai semplice, e la morte è in agguato! Lo so, lo so, ma com’è che il coraggio non mi manca? E il pensiero di vederti e fare una magia, l’unica rimasta, mi fa sentire immensa? Arrivo, arrivo ... aspettami ma … dio! Urla di graminacee stolte, e mandragole incazzate, e radici di zenzero ed eucalipto che escono dalle pareti cercano di afferrami e spezzarmi a metà. Si protendono in avanti a fauci spalancate, e provano ad inghiottirmi rancorose. Ebbre di paura … la mia! Ma stupide piante! Nel mio sudore polveroso vi seminerò tutte, una per una! Non potete fermarmi. Io corro dritta verso una missione. Verso di te, perchè ti amo. Devo fare presto … sei per terra già da tempo e tutto sta per scadere. E viaggio, curvo, mi inclino, a volte bevo il poco miele che incontro giusto per non morire di sete. Poi ti scorgo, abbandonato tra stalattiti altissime e bagnate, ed è tuffo al cuore. Sei un adagio in un rock impazzito, sembri morto. Non lo sei! Arrivo in derapata e mi appoggio sul tuo sedere, prendo un respiro, uno soltanto, e puf! Ti bacio. Leggera come sono arrivata, un tocco a proboscide che fa un EgoIncanto. È magia. Ti sciogli, liquefi, da immenso ed imponente diventi succo, e gocce, e filtri nella terra, la attraversi, la nutri, sempre più a fondo ti squagli e ti diffondi, più giù, più in largo, finalmente libero, percorrendo i capillari e le vene delle zolle, diventando linfa, e corteccia, e poi albero, e poi foglia, e poi frutto. Esplodendo in albicocche e melograni, in limoni di Monterosso gialli come papaye. Sei sempre tu, ma sotto un’altra forma.
Ed io correndo fuori svelta, sui miei passi, per raggiungerti finalmente, mi appoggio sfinita su un ramo accanto a te, splendido caco arancione dai mille riflessi arabesco.
Ho fatto la mia magia, dimmi, sei felice? Ora siamo più vicini, nel peso e nel colore.
Mio dolce elefante, chiamami farfalla.
gaia