UNA STORIA DI TUTTI
Ho sempre tifato per il minotauro.
al contrario dell'immaginario collettivo, del pensiero mitologico, del credere comune, io non lo vedo un mostro ma un eroe.
tifo per il minotauro perchè è un diverso che paga nel modo più duro la propria condizione.
con la segregazione.
una solitudine labirintica senza possibilità d'appello.
il luogo in cui viveva il minotauro era denso di attrattiva. un intreccio di cunicoli esasperanti, al buio pesto. umido, quasi bagnato direi. non credo ci fossero ragni o insetti, annidati nei buchi.
il minotauro era assolutamente indiscutibilmente solo.
lo amo perchè è metà uomo e metà toro, e la parte animale è la testa. scommetterei quello che ho di più caro che in quegli occhi ci avrei visto la Natura, e che se qualcuno gli avesse saputo lanciare un legnetto come si deve lui si sarebbe ammansito e sarebbe corso a riportarlo.
lo amo perchè tutti hanno sempre visto in lui il pericolo, lo sbaglio, l'ironia della sorte, lo scherzo della riproduzione, l'errore, e io invece ci vedo dignità e coraggio.
lo amo perchè mi pongo in un'altra ottica, che non è quella del giudizio ma della comprensione.
il quadro che ho fatto è uno di quelli a cui sono più legata.
lo raffigura nel suo habitat naturale. un vicolo cieco. appoggiato alle pareti, in una posizione che può sembrare insieme di rassegnazione e sforzo. si lascia cadere su quelle mura, o le sta respingendo con violenza per non esserne schiacciato? sembra disperato. ma lo è? gli vedete la faccia? sta piangendo? o ridendo di noi? che espressione ha?
il minotauro è quello che saremmo se avessimo le palle di guardarci dentro per bene. è la doppia natura di ognuno di noi, è il cornuto lato del cazzo del nostro Ego. è quella cosa che le mamme ti dicono che "non si fa" e che vedi fare ai papà quando hanno bevuto troppo e stanno insieme ai loro amici.
è svegliarsi nel cuore della notte senza fiato e correre alla finestra, spalancarla, ingiottire un po' di freddo e chiedersi se tutto quello per cui stai combattendo ha un senso, se non stai diventando ridicolo, se qualcuno in grado di capire il tuo percorso c'è, o sta per nascere.
è stare in mezzo alla gente e pensare che vorresti prenderli tutti a morsi sulle loro grasse chiappe e poi sputare i brandelli di lato e pulirti la bocca col gomito.
è avere voglia di cuore umano, viscere, cervello, ma non in senso metaforico, in senso proprio fisico. interiora da mangiare con disgusto quando hai solo voglia di mandare tutto affanculo.
mi diverte fare questi discorsi avendo chiuso i commenti. chissà quanti signorini tumistufi adesso staranno leggendo e si sentiranno prudere le mani al pensiero delle ramanzine che gli tocca far morire in gola. non si fa, non si dice, che brutto carattere che hai, che potenziale negatiiiivo.
balle.
chi non vede il bianco e il nero della natura umana è un povero coglione. un misero d'animo e di cervello. una robetta sgualcita che si aggira per le strade del mondo tutta griffata con un finto sorriso sulla faccia e tutti i suoi luoghi comuni a imbottirgli le tette.
siamo tutti minotauri.
guardate che anche il minotauro sorrideva. poco, magari, ma lo faceva. come lo so? perchè in quel labirinto ci sono stata. anzi, ci sto molto spesso a dire il vero. ci sto, e si espande. e succedono anche cose divertenti. lo scemo di turno che ci entra dentro e ci lascia le penne. il cavaliere senza paura che ancora non ha trovato l'uscita. l'eco delle chiacchiere del mondo di fuori che entrano dalle crepe dei muri e si diffonde a casaccio rimescolando tutto e creando discorsi sempre diversi.
essere minotauro è di tutti, capirlo è un' arte e una condanna.
c'è una storia che amo molto e che mi lessero in una lezione al master un paio di anni fa. era una lezione strana, non ricordo bene su cosa, forse sulla comunicazione e sul fatto che talvolta è possibile scrivere qualcosa in un modo tale che il vero senso si renda noto solo alla fine, spiazzando il lettore al punto di impedirgli di dimenticare quanto ha appena appreso.
quel giorno mi lessero questa storia, e io dall'ultima fila della mia svogliatezza la ascoltai senza molto interesse con la testa sul gomito, facendo molliche con la gomma pane sul banco.
poi arrivò la frase finale. e rimasi folgorata.
suonò l'una, e tutti i miei colleghi si riversarono in mensa a mangiare. io ricordo benissimo che rimasi ferma per tre minuti buoni come una cogliona. ricordo anche che quando arrivai in mensa erano finite le patate, e che quindi mai parola fu più azzeccata di cogliona, ma questa è un'altra storia.
quel racconto mi trafisse il cuore come una lancia.
quel racconto è stata la lezione più bella di tutta la mia stupida esistenza.
a voi non farà lo stesso effetto, perchè già sapete di chi si sta parlando. a noi venne letta senza alcuna contestualizzazione. non avevamo la minima idea di quale fosse l'argomento.
ma sono certa che ai più permeabili di voi non sfuggirà un sottile brivido di immensa, umana pietà.
gaia
al contrario dell'immaginario collettivo, del pensiero mitologico, del credere comune, io non lo vedo un mostro ma un eroe.
tifo per il minotauro perchè è un diverso che paga nel modo più duro la propria condizione.
con la segregazione.
una solitudine labirintica senza possibilità d'appello.
il luogo in cui viveva il minotauro era denso di attrattiva. un intreccio di cunicoli esasperanti, al buio pesto. umido, quasi bagnato direi. non credo ci fossero ragni o insetti, annidati nei buchi.
il minotauro era assolutamente indiscutibilmente solo.
lo amo perchè è metà uomo e metà toro, e la parte animale è la testa. scommetterei quello che ho di più caro che in quegli occhi ci avrei visto la Natura, e che se qualcuno gli avesse saputo lanciare un legnetto come si deve lui si sarebbe ammansito e sarebbe corso a riportarlo.
lo amo perchè tutti hanno sempre visto in lui il pericolo, lo sbaglio, l'ironia della sorte, lo scherzo della riproduzione, l'errore, e io invece ci vedo dignità e coraggio.
lo amo perchè mi pongo in un'altra ottica, che non è quella del giudizio ma della comprensione.
il quadro che ho fatto è uno di quelli a cui sono più legata.
lo raffigura nel suo habitat naturale. un vicolo cieco. appoggiato alle pareti, in una posizione che può sembrare insieme di rassegnazione e sforzo. si lascia cadere su quelle mura, o le sta respingendo con violenza per non esserne schiacciato? sembra disperato. ma lo è? gli vedete la faccia? sta piangendo? o ridendo di noi? che espressione ha?
il minotauro è quello che saremmo se avessimo le palle di guardarci dentro per bene. è la doppia natura di ognuno di noi, è il cornuto lato del cazzo del nostro Ego. è quella cosa che le mamme ti dicono che "non si fa" e che vedi fare ai papà quando hanno bevuto troppo e stanno insieme ai loro amici.
è svegliarsi nel cuore della notte senza fiato e correre alla finestra, spalancarla, ingiottire un po' di freddo e chiedersi se tutto quello per cui stai combattendo ha un senso, se non stai diventando ridicolo, se qualcuno in grado di capire il tuo percorso c'è, o sta per nascere.
è stare in mezzo alla gente e pensare che vorresti prenderli tutti a morsi sulle loro grasse chiappe e poi sputare i brandelli di lato e pulirti la bocca col gomito.
è avere voglia di cuore umano, viscere, cervello, ma non in senso metaforico, in senso proprio fisico. interiora da mangiare con disgusto quando hai solo voglia di mandare tutto affanculo.
mi diverte fare questi discorsi avendo chiuso i commenti. chissà quanti signorini tumistufi adesso staranno leggendo e si sentiranno prudere le mani al pensiero delle ramanzine che gli tocca far morire in gola. non si fa, non si dice, che brutto carattere che hai, che potenziale negatiiiivo.
balle.
chi non vede il bianco e il nero della natura umana è un povero coglione. un misero d'animo e di cervello. una robetta sgualcita che si aggira per le strade del mondo tutta griffata con un finto sorriso sulla faccia e tutti i suoi luoghi comuni a imbottirgli le tette.
siamo tutti minotauri.
guardate che anche il minotauro sorrideva. poco, magari, ma lo faceva. come lo so? perchè in quel labirinto ci sono stata. anzi, ci sto molto spesso a dire il vero. ci sto, e si espande. e succedono anche cose divertenti. lo scemo di turno che ci entra dentro e ci lascia le penne. il cavaliere senza paura che ancora non ha trovato l'uscita. l'eco delle chiacchiere del mondo di fuori che entrano dalle crepe dei muri e si diffonde a casaccio rimescolando tutto e creando discorsi sempre diversi.
essere minotauro è di tutti, capirlo è un' arte e una condanna.
c'è una storia che amo molto e che mi lessero in una lezione al master un paio di anni fa. era una lezione strana, non ricordo bene su cosa, forse sulla comunicazione e sul fatto che talvolta è possibile scrivere qualcosa in un modo tale che il vero senso si renda noto solo alla fine, spiazzando il lettore al punto di impedirgli di dimenticare quanto ha appena appreso.
quel giorno mi lessero questa storia, e io dall'ultima fila della mia svogliatezza la ascoltai senza molto interesse con la testa sul gomito, facendo molliche con la gomma pane sul banco.
poi arrivò la frase finale. e rimasi folgorata.
suonò l'una, e tutti i miei colleghi si riversarono in mensa a mangiare. io ricordo benissimo che rimasi ferma per tre minuti buoni come una cogliona. ricordo anche che quando arrivai in mensa erano finite le patate, e che quindi mai parola fu più azzeccata di cogliona, ma questa è un'altra storia.
quel racconto mi trafisse il cuore come una lancia.
quel racconto è stata la lezione più bella di tutta la mia stupida esistenza.
a voi non farà lo stesso effetto, perchè già sapete di chi si sta parlando. a noi venne letta senza alcuna contestualizzazione. non avevamo la minima idea di quale fosse l'argomento.
ma sono certa che ai più permeabili di voi non sfuggirà un sottile brivido di immensa, umana pietà.
gaia
