MI MANCA

Mio nonno non mi ha mai tenuto sulle sue ginocchia per raccontarmi una storia.
ma non perchè non mi volesse bene, o non avesse nulla da raccontare. semplicamente perchè aveva ginocchia troppo sottili e gambe fragili come cristallo, e il mio peso l' avrebbe schiacciato. in una poesia che scrissi per lui una volta le definii "ginocchia di betulla". chissà perchè. credo sia perchè mi sembrava un albero femminile, sinuoso e silvano...un albero da ginocchia di persona buona con gli occhi blu. con quel tronco bianchiccio e leggero dalle deviazioni approssimative.
mi manca.
non ha mai approvato che sognassi di vivere di musica. non mi ha mai sentito cantare. quando era vivo minacciava di venirmi a fare visita da morto se non avessi scelto di lavorare nell'azienda di famiglia. "me ariè ai piedi del letc e te tirè i piedi!" [che pessimo bresciano che scrivo..."io arrivo ai piedi del letto e ti tiro i piedi!"]. per lui l'amore aveva solo due forme: quella per la famiglia e quello per il legno.
aveva un gusto assoluto per tutto quello che era arredo e spazio. un senso inafferrabile delle proporzioni e dei colori. non l'ho mai più ritrovato in nessuno. anche oggi che guardo quel genio di mio padre all'opera , mi capita di leggere un po' di spiazzamento nei suoi occhi, a volte. un'espressione vacua e contratta che sembra pensare "non lo so, papà. ci vorresti tu".
se fosse qui adesso, stanotte, mio nonno non mi direbbe nulla di speciale. non mi parlerebbe della guerra, dei colpi di cannone o del rumore degli aerei. non troppo a lungo. non mi direbbe che la vita è facile e che tutto quello che succede è cosa buona e giusta, anche se andava sempre in chiesa. mi si siederebbe vicino, come faceva sempre, e mi darebbe un bacio fortissimo sulla guancia, stampato e sonoro, con anche un po' di bauscia. direbbe "el mè tesor" con gli occhi azzurri liquidi e stanchi e un sorriso un po' sdentato color pergamena. e poi mi racconterebbe una storia. non una storia di fate, di principesse, di rospi che diventano cavalieri, di tesori in fondo all'oceano...no. la storia di un quadro, o di un disegno. la storia del profilo di un mobile. la storia segreta e grandissima che sta dietro una sedia, e che quasi nessuno conosce. la differenza tra un ciliegio e un rovere, spiegandomi le loro sfumature con i gesti delle mani per aria. aprirebbe un librone lucido e pieno di bellissime foto, ma noioso, sui monumenti di brescia, e mi direbbe che proprio vicino al tempio capitolino c'era un bar antichissimo con le colonne romane che teneva al massimo 10 persone e faceva le pizzette della domenica più buone di tutta la città. "erano un capo!", griderebbe.
non amava l'idea che io cantassi. io ero il suo pinocchio, e lui il mio geppetto. sognava di incontrarmi nella pancia di una balena mentre pescava tonni con un gattino in parte e una candela sul tavolo, e di accogliermi nel suo lavoro come il figliol prodigo che ritorna a casa dopo un grosso sbaglio.
non avrebbe capito la mia musica. in realtà non ne capiva molta. gli piaceva molto la sigla della prova del cuoco e il sorriso di antonella clerici. penso anche le sue tette, che sono grossissime e gli facevano dimenticare la carestia dei tempi bui con una sfacciata abbondanza di latte e carne da toccare. tanti nonni sono così.
mi manca.
mi mancano un paio di ginocchia di betulla su cui non stare seduta, ma da osservare nascoste sotto una tutina blu infeltrita della puma, quella che usava per giocare a tennis negli anni 50.
non ha visto il centenario dell'azienda. per poco. un paio d'anni. avrebbe dato una gamba per esserci...ma non c'è riuscito.
e io che l'ho vissuto, che c'ero, che come tutti mi sono commossa quel giorno, mi sono sentita sbagliata, e fortunata, e ammirata, e sola, sono tornata a casa quella notte e l'ho pensato.
ho messo una canzone dei coldplay, di cui non ricordo il titolo, andava molto quell'anno...finiva con un gran rumore di chitarre e un mood strappalacrime da fine di bel film non troppo impegnato...e ho immaginato di raccontarglielo.
seduta vicino al suo letto vuoto, quello con le griglie ai lati, come una stupida l'ho fatto. con le parole coperte dalla musica, in un momento in cui nessuno era in casa, nessuno mi vedeva. nemmeno fossi un regista mi sono vista da fuori per un secondo, da un grandangolo messo in alto proprio sopra la mia esistenza...la schiena di una ragazza bionda seduta composta che piange e ride e non smette di parlare ad un letto fatto, sotto un giro di do ad alto volume.
per una volta è stato lui sopra le mie ginocchia, anche se non l'ho potuto vedere, e nonno, le mie ginocchia sono così forti adesso che puoi tornare quando vuoi.
ti voglio bene.

gaia