IL GALLO GENERALE

In una fattoria piena zeppa di erba e di sole viveva un gallo generale.
Aveva combattuto ben sedicimila battaglie da quando la guerra dei pennuti aveva superato le colline di granoturco ed era sfociata nelle sue terre, cosi ridenti e verdeggianti che sembravano uscite dal pennello di un pittore geniale e facile al pianto.
Sempre in prima linea, sempre aggressivo nel suo piumaggio sobrio e raffinato,il gallo generale aveva reso le proprie zone un luogo fecondo e sicuro.
Nessuno osava più attaccarle da tempo immemorabile.
Gli animali del posto lo chiamavano generale per tre motivi.
Primo, per il suo istinto tattico.
Secondo, per il collo arcuato e nerboruto, simile a quello dei cavalli da mostra.
Infine, ma non meno importante, perchè era in grado di correre più velocemente di qualunque cosa, terrena e non.
Anche del sole, che invano lo seguiva affannato per cucirgli dietro l’ ombra.
Cosi capitava spesso che, nel tentativo di sorpassarlo, uno strano gioco di luci gli facesse luccicare una piccola noce dorata sul petto, simile ad una medaglia.
Una medaglia al valore.
Il gallo generale, dopo una vita passata in guerra ed in pace, decise che era ora di pensare ad un erede.
Cosi si appolaiò sul tetto rosso sotto cui era solito dormire e per molti giorni studiò il pollame di passaggio.
Galline rotonde, magroline, chiocce e rubiconde.
Affannate, chiacchierone, gonfie e chiappettone.
Finchè un giorno, vedendone passare una con il petto florido e il taglio orientale di certi incroci che lui tanto amava, decise che era la madre perfetta per suo figlio.
La fecondò in una notte di luna piena, in una posa da manuale.
Petto in fuori, collo arcuato, una zampa sanguigna davanti e l’ altra dietro, come se fosse un monumento.
Alla luce della luna, il gallo generale sentì che da quell’ unione sarebbe nato il suo degno erede, un gallo invincibile che l’ avrebbe reso un padre fiero ed avrebbe cambiato il corso della storia.
La gallina madre depose le uova, quattro in tutto, di cui una di sfolgorante bellezza, e dallo sforzo morì (succede sempre cosi, dà molto più pathos).
E l’ uovo di sfolgorante bellezza passò ben presto dal cestino collettivo al culo di papà, che prese a covarlo amorevolmente.
Ma le cose non andarono come il gallo generale aveva previsto.
Non passò nemmeno un giorno che arrivò un fattore con la faccia rossa e mani enormi come orecchie d’ elefante.
Entrò nel pollaio, afferrò tutte le uova dei dintorni, compresa quella di sfolgorante bellezza, e saltato sul carro di legno nero corse via verso la città.
Il gallo generale uscì galoppando dal suo gaciglio, emettendo versi disumani, finchè non si accasciò a terra sfinito e disperato, con le penne colorate aguzze dal dolore.
Sembrava un copricapo indiano senza l’ indiano, dopo una lotta durata sette giorni.
Non avrebbe mai più avuto un figlio di eccezionale valore, in grado di cambiare il corso della storia.
Tanti kilometri piu in là, mani bianche di donna scelsero al mercato le uova più belle, inclusa quella di sfolgorante bellezza.
Giunte a casa, tennero da parte gli albumi, e con i rossi confezionarono una torta soffice che lievitò 12 ore nel grande forno di ghisa, spandendo un dolce odore di burro e cioccolato per tutta la casa.
Ai piedi del tavolo, intanto, un bimbo aspettava il ritorno del papà.
Era la notte del 15 agosto, la notte magica in cui i sogni si avverano, spiegò il papà una volta arrivato.
E prendendo una brocca di vetro piena zeppa d’ acqua ci sciolse dentro l’ albume dell’ uovo di eccezionale bellezza, afferrato a caso dalla dispensa.
"domattina nella brocca vedrai quel che sarai, figlio mio", disse al bimbo accompagnadogli la testa ciondolante dal sonno con piccoli colpetti di mano.
E cosi fu.
La mattina porto con se un veliero di meravigliosa fattura, che l’ albume aveva creato dentro la brocca di vetro.
Ponti, vele e timoni sventolavano dolcemente nell’acqua, mentre pennoni enormi arrivavano fino alla superficie.
Di là nel letto, il padre smise di respirare senza accorgersene , lasciando una moglie senza più cuore ed un bimbo convinto di aver avuto un papà-incantatore.
Fu solo molti anni dopo, quando il bambino cresciuto imparò ad andare per mare, che messa insieme una flotta di bravi marinai partì per inseguire il sogno intravisto nella brocca, il futuro predetto dal papà.
E cosi facendo getto le basi dell’ era moderna, di una nuova terra, cambiando per sempre il corso degli eventi ed i destini delle persone e delle cose.
Svoltando a destra verso una nuova Umanità.
Quel bambino era Cristoforo Colombo, e quello fu il suo Uovo.
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Una mia favola spiccicata e nemmeno tanto chiara per dire che spesso le conseguenze delle nostre azioni non si fermano a quello che vediamo.
E che un semplice può morire solo, essendo stato un eroe, come un eroe morire osannato, essendo stato un pirla.
senza che, di fatto, nessuno dei due l'abbia mai saputo.
gaia