IL CAPANNONE

Quante ne ha passate la mia sala prove.
quante cicatrici si porta addosso, con lo stile altero delle vecchie costruzioni.
guardandola direi che è un vecchio figo.
maschile, perchè le sale prove femmina mi stanno sulle palle.

perciò la chiamerò semplicemente capannone, che poi è il nome che ha sempre avuto.
si tratta dell'ex azienda di famiglia, ora trasferitasi in sede più opportuna.
un covo di cimeli post bellici e vecchi mobili.
c'è un portone gigantesco all'ingresso da cui un tempo entravano i camion, tutto arabescato di coreografiche cacche bianche d'uccello e spruzzi di catrame.
poi c'è un cortile di asfalto, quello in cui sono nella foto-da-copertina, con le erbacce per terra e lavandini abbandonati da cui esce roba simile a sangue e rumori simili a rutti.
non ci sono lavandini da cui esce birra, per nostra sfortuna.

ci sono almeno tre stranze gigantesche che sembrano cupole di chiese, completamente vuote.
ci si potrebbe fare un video dark e verrebbe una meraviglia.
colonnati altissimi e lucernai in alto da cui passa una luce violenta e spettrale.
vecchi magazzini inaccessibili, e poi un grandissimo soppalco di legno su cui, appunto, suonavo io.

lo riadattammo alla fine dell'estate del '98, quando iniziò l'avventura sonic wave.
allora eravamo in quattro, io andrea enrico e maurizio.
4 ragazzetti con una gran voglia di fare qualcosa di nuovo.
è stato uno dei pochi momenti della mia vita che mi ha fatto sentire dentro una puntata di friends, con la salopette e la musica a tutto volume a dare forma a quel luogo strano, con il legno sotto i piedi, il soffitto basso a volta e tutto vetro sulla testa.
appendemmo un murales di new york alle pareti, uno di quelli che si attaccano con la colla e creano la suggestione di una vista vera. solo che il muro era grezzo e la colla non prese.
così, tra insulti e volgarità, alla fine lo inchiodammo alla parete, tutto storto perchè era fatto da 12 pezzi e avevamo pazienza solo per 4.
per terra incollammo una moquette sgraffignata al teatro di un vecchio oratorio.
maurizio mi aveva persino fatto la striscia centrale in colore diverso che si allungava verso il divano, come le scene delle vere rock star.
ai tiranti di acciaio che attraversavano la sala ad altezza testa attaccammo le cuffie e qualche cazzata dell'ikea.
un vecchissimo orrido armadio a un'anta arancione degli anni 60 venne dipinto di vernice nera finita prima del tempo, così adesso gli manca un angolo e sembra precipitato da qualche buco nero nell' iperspazio.

in un angolo ci sono i nostri trofei, una batteria abbandonata da un batterista mai più tornato dopo la prima audizione, una cassa rotta alta come mio padre, un divano senza molle, un bidone eco-autonomo in cui sono nate le alghe e l'evoluzione è arrivata alle lucertole (si aspetta il primo dinosauro), due sgabelli, un'asta per microfono fusa sul gambo così è piegata a 90, lampade da terra, faretti, pattume vario, due tappeti di rafia zeppi di ragni, un enorme specchio deformante, 4 cappelli da vecchio signore di mio nonno negli anni 30, una batteria giocattolo trovata in una discarica, un poster di freddie mercury pieno di cicche.
e potrei continuare all'infinito.
sotto le scale, un maggiolone ricoperto di cenere con dei panni al posto del motore, una 126 senza le ruote e le portiere con il crick ancora sotto, pezzi di cucina-salotto-bagno di chissà quale bisavola, un water.

come si può non diventare creativi in un posto come questo?
come si può non diventare creativi, con i pipistrelli che ti volano impazziti sulla testa schiantandosi a ogni nuovo suono di chitarra elettrica, mentre il tuo bassista capellone si è legato una maglia intorno alla faccia per non farsi beccare?
come si può non diventare creativi quando, mentre suoni di notte durante un temporale, un fulmine passa dalle fessure del lucernaio e si scarica sui tiranti d'acciaio davanti a te, proprio un attimo dopo che ci avevi tolto le mani?

non si può.
dal capannone, ci suonasse Pupo, qualcosa di buono esce.



gaia