QUELLO CHE NON DICO
Mi chiedete se sono nervosa, o agitata.
no. o meglio, non per quello che si può pensare. ho addosso una buona dose di incoscienza e non farei questo lavoro se non mi piacesse stare davanti alle persone. non è questo che mi preoccupa... si tratta di un nervosismo contenuto e normale, ma niente di eclatante. non ero nervosissima nemmeno al festivalbar. lo sono stata di più per un esame di ingegneria o una visita medica. molto molto di più, per una visita medica.
sono agitata per cose che voi nemmeno immaginate. cose mie che non direi nemmeno al mio migliore amico o all'amore della mia vita, meandri di Gaia che solo io e lei conosciamo e che ho confessato solo una volta all'unico psicologo ed amico che abbia mai frequentato, e a cui non ho mai riso in faccia come spesso mi accade con questo tipo di persone. dopo 4 sedute, scelte da me perchè ero (e sono convinta) che l'esperienza con un analista sia una cosa da fare almeno una volta nella vita (ma per un numero limitatissimo di sedute, quel tanto che basta per vedere "l'effetto che fa" e poi scappare), ho vuotato il sacco. per quattro volte abbiamo chiacchierato amabilmente, io gli ho raccontato tanto di me, e lui curioso ascoltava, convinto probabilmente che non avessi nessun problema rilevante da risolvere se non quello di riuscire ad essere un po' più fatalista ed un po' più indulgente con me stessa.
ricordo benissimo che non lo feci a voce.
MAI, lo farei a voce.
tornai a casa da milano quella sera, l'aria invernale mi pizzicava le narici e c'era ovunque uno strano odore di cipresso. per tutto il viaggio scavai e scavai dentro di me, evitando accuratamente quello che sapevo essere il vero problema, nascondendolo anche a me stessa. tornata a casa mangiai un panino, presi una lattina di birra, aprii un foglio word e scrissi di getto, e con frasi sparse e sconclusionate, la ragione per cui mi voglio più male e la vera causa di gran parte delle mie angosce. erano frasi brevissime e crude, quasi atroci, impietose, senza nessun filtro, quasi senza punteggiatura. riuscii a scriverle così perchè ero certa che non l'avrei mai fatta leggere a nessuno.
poi, glielo inviai.
via mail. con una breve lettera delle mie, un po' delirante un po' assennata.
lui la lesse e mi scrisse solo quattro parole di risposta: "tu sei un Leone".
non so con quale coraggio tornai da lui tre giorni dopo, per l'incontro prefissato. mi guardava e sorrideva paterno. aveva dei bei baffi neri, un viso buono ma attento. stava sulla sua poltrona con il foglio in mano e mi disse "ci vuole un enorme coraggio per fare quello che hai fatto. ci vuole un coraggio enorme". io sorrisi, e lui mi diede in mano la stampa della mia mail, chiedendomi di leggerla ad alta voce di fronte a lui.
non ci riuscii. la cosa mi impressionò moltissimo. io riesco a fare tutto. sono una brava attrice, se me lo chiedi io ti faccio tutto. quella volta no.
un mese dopo arrivò l'incontro con la Sony, ed io smisi di vederlo.
il mio Problema tornò sotto la polvere, sotto i mille strati a cipolla del mio essere intricato, ad autoalimentarsi e gonfiarsi senza farsi vedere, come ha fatto per più di 25 anni. tornai a seppellirlo sotto milioni di ansie banali, e lui seppe di essere in salvo.
sarebbero passati ancora mesi, forse anni, prima che io trovassi la forza di affrontarlo di nuovo.
infatti, è ancora qui.
un puntino di amianto nella mia anima a forma di scheggia. la mia più grande Paura, il mio enorme rammarico. sta lì. ed è quello che mi rende nervosa. oggi, come ieri, come domani, in casa mia, su un treno, ad una festa o sopra un palco.
non fa differenza.
voi penserete che io sia agitata per il concerto, o per l'"on stage", ma non è così.
è qualcosa che conosco bene e che non direi a nessuno nemmeno per tutto l'oro del mondo.
sarà con me anche quella sera, forse leggermente amplificato, esattamente come ogni altra notte della mia vita.
gaia