CAMMINATA STRANA

Sono andata a camminare per un'ora nel buio e sotto la pioggia nelle strade sperdute della Maddalena collinare.
mia madre dice che è pericoloso, ed io lo faccio esattamente per questo.
c'era una nebbia fitta, nessuno in giro. la pioggia cadeva leggera e costante, sparpagliata come vapore acqueo che entra nei tessuti e nelle ossa. dentro gli occhi. piangevo senza sentimento acqua che non era mia. avevo il mio ombrellino, una grossa sciarpa, tuta nera, scarpe da ginnastica ed un pellicciotto bianco in pelo finto. molto trash. tanto dovevo stare al buio. da sola. volevo arrivare alla tomba del cane e poi tornare giù. era bellissima tutta illuminata in questa atmosfera crepuscolare. incredibilmente bella. sono partita di passo spedito, a pochi metri dal mio cancello ho preso la stradina in salita che si avventura tra le ricche case sperdute di quel tratto di montagna. case mastodontiche dall'archiettura inquietante, quasi tutte chiuse e circondate da foreste selvagge. mattoni scuri, archi, volte. sedie di plastica inghiottite dall'edera, gargoiles dalle espressioni voraci. cannibali. ogni tanto il latrato di un cane in lontananza. la luce dei lampioni era color verde azzurro e disegnava un cono dentro la pioggia che sembrava il velo di una sposa cadavere. immaginavo di poter prendere le gocce leggere e luminose come fili di perle ed appoggiarle all'albero di natale. avrebbero luccicato tanto e forte la sera della vigilia, molto più che lampadine vere. camminavo veloce al buio nella solitudine più totale delle strade serpeggianti. alla mia sinistra l'intera città illuminata, a destra la montagna e ville malinconiche protette da alte cancellate dalle fatture più diverse. ovunque scalinate a chiocciola in pietra che portavano a gazebi di un'altra generazione, fontanelle abbandonate con pesci a bocca aperta. un tempo sputavano zampilli. ad ogni curva rabbrividivo. non avevo paura e ne avevo allo stesso tempo. una sensazione straordinaria. sembrava una londra dell'ottocento, nei pressi di jack lo squartatore. ecco, mi dicevo, ad ogni rumore, ora sentirò i passi e qualcuno mi taglierà la gola. fa male morire a gola tagliata? i fari di una macchina che mi accecano. assolutamente nessuno a piedi, sono praticamente sola e procedo a passo svelto. mi pesto i pantaloni da ore, sono fradicia fino al ginocchio, sento l'acqua fredda sui polpacci e sulle caviglie. anche le scarpe sono inzuppate, come le calze, ad ogni passo sento i piedi congelarsi nell'umido della suola. raccolgo qualche foglia gialla, è arrivato l'autunno. mi cade un caco sulla testa e benedico la forza di gravità. un gatto grosso e infreddolito sta raggomitolato fuori dalla porta di casa, mi guarda con sospetto. chissà quante cose sai tu di questi posti, penso...le case sono sempre più grosse, sempre più chiuse, sempre più strane. sembrano castelli di dracula, piene di torrette e balconi illuminati solo dalla luna puttana. nella nebbia penso che è un bellissimo posto per perdere la verginità. qualcosa mi spinge ad accelerare. non ci vivrei mai. vorrei veder passare qualcuno ma sono sola. inizio a far caso ai rumori. scricchiolii, rotolii di castagne. brescia dorme attutita da una pioggia che ne allontana la parola. stringo il cellulare in una mano, mi rassicura. era questo che cercavo no? era questa atmosfera. ormai sono baganata fino al midollo. anche i capelli raccolti in una coda troppo lunga. l'ennesimo tornante e vedo una panchina di pietra, accanto ad una fermata del tram. deserto. il solito lampione che mi guarda. penso a che effetto dovrei fare seduta lì, con tutti i capelli davanti a coprirmi il viso, la schiena china, il mascara colato, singhiozzando di un pianto disperato, se decidessi di fare uno stupido scherzo a qualcuno. nasconderei i piedi nei pantaloni in modo da farli sparire e terrei un po' sollevate le ginocchia, dando l'illusione di non avere nessun contatto con la terra. la luce bianca del faro mi renderebbe ancora più spettrale, e forse una donnina anziana di ritorno a casa griderebbe di aver visto un ectoplasma.
non la guarderei, continuerei a piangere e basta, senza mai scoprire i piedi. il segreto è non far vedere gli occhi. girerei solo un po' la testa di tre quarti, appena appena, quel tanto che basta per farle capire che mi sono accorta di lei.
poi penserei che la pioggia sulla bocca ha un ottimo sapore, che sa di muschio, sandalo e vetiver.
gaia