BEG FOR MORE



Beg for more è una delle canzoni più intime e al tempo stesso aperte ed espanse che abbia mai scritto.
Parla di un sottile inseguimento d’amore in una notte fredda ma non freddissima sotto un cielo scuro senza stelle nei vicoli urbani e solitari di un retro di città. Fra bidoni dell’immondizia, vapore che esce dai tubi di qualche ristorante, resti di pioggia che si ritirano sull’asfalto, rumori attutiti in lontananza.
Passi.
Una donna segue un uomo. Lo ama. Lo segue perché ha qualcosa da dirgli. Una cosa importante. Una cosa che probabilmente lui sa già. O al contrario una cosa che non è assolutamente pronto a sapere.
“There’s something I shoud tell you
A thing that I’m not sure you’re ready to know”

Lo segue da lontano, senza farsi scoprire, anche se sa benissimo che non si rivelerà, che non ne troverà il coraggio. Lo segue lenta e veloce, cauta ed incauta, nella segreta speranza che qualcosa tradisca la sua presenza e non sia costretta a prendere una decisione, imponendole di rivelarsi a lui senza averlo davvero voluto. Ricama i suoi stessi passi, qualche metro più in là. Dietro un angolo, nascosta in parte ad una macchina, accucciata sotto un cespuglio. Lo guarda camminare lento, con una sigaretta in bocca e un lungo cappotto scuro, e non chiede altro che lui in qualche modo si accorga della sua presenza celata e sottile. Pur avendone paura. Pur facendo di tutto per non farsi beccare.
Beg for more parla di questa contraddizione. Di una tensione emotiva che è tipica del grande amore quando fa soffrire, e che è da un lato una grande volontà di comunicazione e dell’altro una feroce morsa d’orgoglio.
“Nascosta nell’ oscurità
Il mio respiro mi tradisce
E velocemente mi nascondo da una parte
Ma dentro di me sto sperando
Di averlo fatto un minuto troppo tardi
Ti giri svelto e ti guardi intorno
Cercando il segno di una presenza
E decidi di fumare
Il mio corpo mi contraddice
Se volessi potresti percepirmi
Ma alla fine concludi
Che ti sei sbagliato”

Oh don’ t make me beg for more.


Oggi l’abbiamo finita. E per rispettare questo intento di significato, l’abbiamo registrata tutta con una voce pallida, lieve e leggermente distorta, una chitarra acustica e in sottofondo l’ambiente.
L’ambiente che c’era di notte nei vicoli vicino allo studio.
Sembra cantata in viaggio, in viaggio da una donna sui propri passi verso qualcuno che non si accorge della sua esistenza. Va e viene, la voce, come un’onda. A volte vicinissima, a volte lontana. A seconda dei ritmi della fuga.
L’effetto è bellissimo.
Sembra di averla pescata proprio in mezzo alla realtà. Di averla trovata impigliata fra i capelli di un passante, o attorcigliata come una ragnatela bagnata di rugiada ad un lampione.
Avete mai trovato una canzone imprigionata per strada?
Con il microfono ieri notte abbiamo catturato quanto più ambiente notturno possibile. I miei passi nell’erba alta vicino all’ingresso. Il rumore di un cancello arrugginito che sbatte. Qualche respiro. Una moto che passa lontano. Un’anta che si piega, il semplice rumore dell’aria che si muove leggera fra i fiori chiusi di marzo.
Tutto questo sta sotto beg for more, adesso, in modo talmente fuso da risultare presente ma discreto.
Niente di pacchiano.
Sorrido… ascoltandola sembra di stare dentro la giacca di chi insegue, di vivere lo stesso languore.
Domani metterò qualche piccolo coro.
Magari da un lato solo, senza nessun effetto, così diretto e minuscolo da sembrare dentro una sola delle vostre orecchie.
Chiamatelo coscienza, chiamatelo buon senso…ognuno dia a quella fastidiosa voce nella propria testa il nome che preferisce.

gaia