LA SIGNORA

[Foto di Giulia]
C’è una signora che dà da mangiare ai piccioni. Sta su una panchina di legno, appoggiata così leggera che sembra sospesa. Sui 65 anni, qualche capillare rosso in viso, molto rubiconda. Ha sulla faccia un sorriso assorto e un’espressione futile che osserva di sbieco le cose. Sopracciglia arcuate, pochi denti, labbra avvizzite ma ancora rosse che brillano impercettibilmente di un goccio di saliva. Gambe grosse, polpacci grossi. Scoperti. Una gonna piena di colori e cianfrusaglie, un grosso gilet di lana e scarpe senza stringhe. Stoffa messicana, sgargiante. Sta lì in silenzio sotto un pezzo di portico di chissà quale città in chissà quale paese. E dà da mangiare ai piccioni. È piena di sacchetti trasparenti di miglio, mais e pezzetti di caldarrosta mescolati a minuscoli ritagli di giornale, chissà perché. Lancia i semi a grandi bracciate, e appena la mano si svuota rimane lì ferma per un istante col palmo aperto, e sembra una statua, o la medusa sulla punta di un vascello, ma mai una donna che chiede la carità. Ha capelli neri e nodosi, simili a baffi, raccolti in una crocchia disordinata. E ci si impigliano rose, e lucciole velocissime, e dita di bambini, e pregiudizi, e a volte un dolcissimo ed aspro odore di caffè. Piega i polpacci di lato come le dive degli anni sessanta. Lei, grossa, vecchia. Donna che dà da mangiare ai piccioni. Resti di sole affaticato le disegnano minuscoli prismi sulle guance, umide, come se fossero attraversate da lumache di passaggio. E nell’ultimo sole lancia del miglio e sogna. Grano, e pensa che avrebbe voluto essere una donna da balera e ballare sui tavoli con gran colpi di tacco facendo vedere le cosce e la propria nudità ad ogni sorta di uomo, anche il più bieco. Mais, e pensa che le piacerebbe esser stata la donna del Gangster, o una madre chioccia con stuoli di marmocchi, o una strega africana che fa incantesimi con denti di leone, serpenti, e che parla con la radice di tutti gli alberi verdi. Riso, e si immagina su una nave a fare la pianista, o la donna sdraiata sul pianoforte vestita di rosso luccicante, con tanta cipria sul naso, piume di struzzo e la puzza di tabacco sulle dita. Miglio, e si vede in una grande casa a bere brandy e parlare francese in una colonia d’indiani. Lancia e sogna, sogna così leggermente, e così piano, che pur essendo sveglia un poco si assopisce, e lascia andare un po’ la testa, e abbassa lo sguardo, ma mai il sorriso gentile ed abbozzato. I piccioni le frullano intorno, appoggiati sul suo grembo e sullo schienale, mentre canta una canzone con la sola lettera “m”.
Lì vicino, su una terrazza altissima, la più alta di tutte, un poeta un po’ zingaro esce dalla sua stanza dopo l’ennesima scopata con una ragazza bionda dalla pelle chiara, di almeno 20 anni più giovane di lui. Si gratta la testa rugosa e il pacco, una robina floscia e masticata ancora rossa di qualcosa che non è amore ma solitudine. Pieno del suo essere bohemiene si accende una sigaretta e si sporge a guardare sotto, molto più sotto. Una donna grassa e vecchia che dà da mangiare ai piccioni. Le pupille diventano piccole, come per mettere a fuoco. Sembra uno squalo. Nemmeno si infila le mutande. Prende carta e penna. Ammattito. E sulle note di una lettera “m” portata dal vento, tra una scoreggia e l’altra da troppo champagne e patè, scrive, nudo come un verme al sole:
"La signora con i frutti di bosco in tasca
tanti, teneri e polposi
quasi come occhi di gigante resi acquosi dalla pioggia
dal riflesso di rubino
sembra una cipolla odorosa mentre lieta attraversa la piazza
vaste righe di farro a segnarne la fronte
spigoli aguzzi sul seno
la signora con i frutti di bosco in tasca
tanti, guardinghi e preziosi
quasi come sterco di drago fatato
dai colori allucinanti
sembra una cipolla riccia, con la sottana che risuona di rumori
dalla seta, alla ciniglia, ai campanelli in bella vista
ai violenti lampi negli occhi zingari d’ orgoglio
a monetine senza valore sotto i piedi
attaccate da colla di pesce
la signora con i frutti di bosco in tasca
tanti, madidi e sugosi
da schiacciare tra dito e cucchiaino mentre passi
tra violente piogge di gatti
la signora con i frutti di bosco in tasca
a grappoli, solidi e carnosi
la signora schiacciandoli a uva grassa
passa in un soffio, e basta."
[ploc. Il mio libro si chiude. Buonanotte]
gaia