SCOPPIO


Mi sento scoppiare. Di creatività, intendo.
L’inverno sta per arrivare e l’autunno si trascina dietro i propri abiti, sempre più rosso porpora e giallo papaia. Presto si stempererà nella variopinta assenza di colore dei mesi freddi, che passa dal bianco glaciale, al neve sporca, al blu petrolio, al grigio antracite.
Questo è il periodo dell’anno che mi risveglia di più i sensi. Nei forni e sui fornelli si cuociono cibi caldi dagli odori insistenti e le prime luci si buttano sugli alberi neri della notte come se fossero reti da pescatore piene di lucciole. Si respira un inizio di Natale, ma faccio finta di non sentire. Appena arrivano le feste tutto diventa più scontato. Sotto le braccia fioriscono borse piene di regali e tutto viene infiocchettato, persino le teste delle bambine. Molto meglio stare “quell’attimo avanti”, che ti fa essere per qualche breve istante da solo in un mondo che a breve diventerà pienissimo. Dovessi immaginare l’inverno, direi che è già vicino a noi, ma nascosto dietro un culo di renna a fumare una stecca di ghiaccio. In attesa di scoprirsi.
Scoppio di creatività. A volte mi sembra di non riuscire a trattenerla tutta. Vorrei scrivere, cantare, disegnare…e a volte mi chiedo che vita sarà senza tutto questo. Arrivare in là con gli anni e non avere niente da mostrare, che spieghi a chi ti guarda con disgusto cos’eri una volta, e cosa c’era dentro quel cranio canuto che ormai trattiene gli ultimi capelli argentati. Quando tutti mi guarderanno e sarò solo una forma infossata in una poltrona, mentre fuori i giovani si scambiano lingue e progetti. E magari diranno “quella è la casa del bau bau, della vecchia signora che mangia i bambini ... è vecchia come un tronco di quercia, che schifo, non la toccherei nemmeno con un dito. Bau bau!”
Quando le mani diventano nodose e cadono gli anelli non hai nulla che possa parlare agli altri di te come quella che un tempo è stata la tua creatività.
I racconti di chi ti conosce sono sempre troppo vaghi, e di gente che racconta bene ce n’è così poca ... direbbero ai ragazzi che avevo tante farfalle in testa e poi andrebbero a farsi il caffè. Amanti e mariti non fanno testo, si sa che col tempo la passione avvizzisce e descriverebbero di te solo gli spigoli odiosi o i difetti nel fare l’amore.
Così, l’unica cosa che resta è la tua creatività. Sono i suoi frutti. Poter aprire con sforzo un baule cesellato e far uscire in un vortice quello che eri quando il tuo cervello seguiva ancora le parole ... aprirlo e vedere un getto luminoso balzare fuori con la violenza di un geiger e schizzare verso l’alto, lasciando i presenti con le bocche a culo di gallina per lo stupore. Canzoni, racconti, disegni e poesie, scritte una sola volta o rifatte per adattarle a una forma che cambia. Una voce ancora giovane e potente, una musica che magari sarà obsoleta ma che allora faceva faville. “oooooohhhh. Così questa era la vecchia signora, una volta?”
E tu ridi sotto i baffi che hai davvero (i baffi argento delle vecchie) e non ti prendi nemmeno la briga di parlare, perché quel che hai creato parla per te. L’hai fatto apposta, a suo tempo. Per svuotarti, ma anche per poterti raccontare a chi non c’era. Sei contenta di averci pensato ... sei contenta di aver vuotato il sacco, di aver fatto fruttare il pre natale, quando l’autunno diventava inverno e tu scoppiavi di idee.
Lanci uno sguardo fuori dalla finestra e vedi un ragazzo che corre, con un nuovo gioiello tecnologico nelle orecchie in grado di mandare la canzone preferita direttamente al tuo punto G emozionale ... altro che ipod.
E non provi invidia, né nostalgia.
Soltanto serenità, perché tu hai corso abbastanza, in vita tua, hai corso alla velocità supersonica della tua fantasia.
gaia