UN SEGNO

Oggi, mentre emil finiva di missare Isolated, andrea giocava a scacchi con lele e sergio dava le sue lezioni di chitarra, mi sono persa davanti alla solita finestra guarda-albero-di-cachi ed ho pensato.
fa freddissimo. sulla via dello studio sono tornate le luminarie, quelle di cui parlavo un anno esatto fa. hanno riparato la lucina rotta. sono le solite, semplici, a forma di stella. in studio, io penso davanti a quella finestra, con le gambe su una panca o attaccate alla stufetta. penso e guardo fuori, sentendo la musica da dentro. con gli occhi seguivo un po' distrattamente le solite forme del giardino, e pensavo che io disperatamente sto cercando di lasciare un segno. ma non un segno piccolo, per quanto nella parola "piccolo" possa stare addirittura un miracolo tutto intero, senza che ne resti fuori nemmeno un pezzetto. non un segno destinato a quei 200-300 di voi che mi leggono e mi seguono, e che forse tra tanti anni ancora si ricorderanno di me, di "noi", se questo blog è mai stato un noi (e ci son stati tempi in cui davvero lo era...). io sto cercando di lasciare un segno grande. e pensavo che esiste un'assurdità totale in questo intento che è qualcosa di vicinissimo alla pazzia, o all'essere fuori dalla realtà, o pieni di se stessi, o semplicemente assolutamente non inseriti nella vita reale.
come si dovrebbe, intendo.
io voglio farmi conoscere da tanti, tantissimi, da tutti. e voglio rimanere nella testa di ognuno. pensavo che i mezzi a disposizione sono infiniti. si può scoprire la cura contro il cancro, o inventare qualcosa che rivoluziona la vita dell'umanità. si può diventare un grande pittore, un grande scrittore, un grande musicista. un matematico, uno statista. quello che scopre quando finirà l'universo, quello che inventa un nuovo linguaggio. i modi sono migliaia. migliaia, ma ognuno di essi è al limite dell'irrangiungibile. per lasciare un segno grande, ambizioso, bisogna essere veramente speciali in qualche cosa. bisogna essere quell'elemento di frattura che si inserisce nell'ordine, e che dallo stupore arrabbiato che genera crea un nuovo ordine ancora, ma più nobile di quello di prima. che cosa c'è di più difficile? e sempre pensando mi dicevo che il primo passo sta in un'analisi corretta di se stessi. il primo passo, sta nello scoprire quale sia questo tuo valore aggiunto, ammesso che tu ce l'abbia. sarei forse stata la più grande campionessa di golf della storia, se avessi provato a giocare? non lo scoprirò mai. quello con cui mi posso misurare sono le cose in cui mi sono tuffata. le idee e la creatività. sotto forma di musica, o forse di scrittura, o forse proprio di pura "idea", chissà, magari imprenditoriale. se mai un valore aggiunto ce l'ho, deve stare dentro queste cose, o un segno non lo lascerò mai, per il semplice fatto che in tutti gli altri campi io non sono mai esistita perchè non ci sono mai entrata. naturalmente nessuno mi può dare la certezza che le cose che sto coltivando sono quelle in cui posso fare la differenza. in questo senso la mia smisurata ambizione è il segno di un'instabilità mentale, o meglio di una forte propensione al rischio, al gioco d'azzardo. sono terreni, quelli su cui mi muovo adesso, dominati dall'aleatorietà. chi può dire cosa toccherà il cuore della gente? quale musica? quali parole? io mi limito ad essere me stessa, e a vomitare fuori tutto quello che mi rappresenta, dallo scrivere al cantare. se sarà sufficiente, proprio non lo so. e soprattutto non so se il mio segno sarà un libro, o un disco, o, appunto, un'idea.
forse non sarà un bel niente.
la maggior parte della gente dice, e forse pensa, che non ha importanza lasciare un segno enorme. ne basta uno piccolo nel cuore delle persone che hai amato e che hanno amato te. è una visione poetica, umile, e assolutamente consona alla natura umana, che è effimera e minuscola. io non la penso così. mi sforzo, mi sforzo, ma non riesco a crederci davvero. perchè ariva un momento in cui le generazioni vanno avanti, evolvono, e tu diventi il ricordo di sempre meno persone, sempre più sbiadito. incominciano a parlare di te basandosi sui racconti di altri, pur senza averti conosciuto. e così via, fino a quando diventi un puntino così indietro nella linea della vita che nessuno di quelli che vivono nutre più alcun interesse per te, fino a quando scompari dalla memoria di chiunque.
il segno in questo caso è solo biologico.
magari il tuo sangue, dentro la tua stirpe.
forse è questo.
forse sono i figli il vero segno, quello per cui siamo stati fatti.

no, non ci posso credere.
continuerò a provare più forte.

gaia