UN POSTO STRANO
La bruma della bassa montagna sopra il lago si sfilaccia, attorciglia e poi ritorna a salire.
È una mucosa bianca intrisa di pioggia e di vapore. È fredda, lattiginosa. Si muove lenta, facendo fumare gli alberi e i profili. Mi piace stare a guardarla. Sembra il vestito di una sposa infelice, rovinato dal passaggio tra rovi e roseti strapieni di spine. Non ci sono perle tra i suoi capelli, ma gocce d’acqua rotonde che non si sfaldano mai. Il paese scintilla e tace. Brilla il fornaio, l’elettricista, la merceria. Brillano le luci delle biciclette sotto la pioggia, coperte da grandi ombrelli sopra minuscole persone. Vedo tutto dall’alto, e la prospettiva affonda. Sto cercando di scrivere una nuova canzone per la prossima settimana ma non mi viene nulla. Prima ho passato un’ora buona su una melodia strappalacrime che evolveva in grida disperate. Ho fatto un caffè, soddisfatta del risultato. Mi pareva un’idea buona. Poi sono tornata in camera, sul piumone, ho rimesso le cuffie per ascoltare, e alla fine avevo la faccia di spongebob quando lo pizzicano le meduse. Cos’è sta merda? Buttata. Cestinata senza nemmeno salvarne una copia di default. Sempre farsi un caffè per schiarirsi le idee. Questo è un paese strano. Vicino al cimitero c’è una pizzeria, e nel supermercato non passano due carrelli insieme nei corridoi. La chiesetta più bella è proprio in centro al paese, è sempre aperta, non c’è mai anima viva ma tutte le luci sono accese, incluse le candele. La madonnina d’angolo sorride ed esaudisce i desideri, ma solo quando hai l’onestà di non chiederle nulla. In una cripta c’è un teschio ammuffito con il corpo finto in legno di un cavaliere, del tutto sproporzionato. Ho cercato una scritta, un iscrizione, ma niente. Chi sarà mai? Forse il prete, morto prima di poter spegnere tutto? La pasticceria vassalli, la più celebre e costosa del paese, sembra un invito nel mondo dei balocchi, ma il personale al suo interno è sempre smunto, triste, e si muove lento come se fosse addormentato. Bere un the caldo lì equivale a cambiare d’umore, pare di stare tra i morti. Papere e cigni scivolano leggeri sull’acqua. Sono determinati e molto simpatici e ti fanno la corte quando passi. L’ospedale è aperto ma dentro non c’è mai nessuno. L’osteria del vicolo, degustazione vini marmellate e formaggi, apre solo dopo le 3 di notte. Il proprietario invecchia insieme alle sue botti e non entra mai nemmeno un cliente. A volte passo e lo vedo affettare piano un pezzo di asiago con un coltello gigantesco e con occhiaie profonde come fosse. La candela sulle finestrelle illumina i miei zigomi curiosi, lui si accorge di me ma non mi saluta mai. In fondo, ma proprio in fondo, dove finisce la lingua che è il paese, c’è un ristorante messicano con un grassissimo proprietario sempre vestito da texano. Ha i capelli lunghi e bianchi e dei baffoni enormi, pistole finte alla cintura e stivali. Cambia i prezzi ogni giorno ma non abbocca più nessuno. La sua cucina fa schifo. Il grand hotel è chiuso per la pausa invernale. La sua torretta antica si staglia spettrale contro il cielo e di giorno è piena di piccioni. L’unico cinema del posto proietta un solo film e sembra la stanza di un oratorio. Le poltrone sanno di muffa, termosifone e pop corn e tutto è color porpora. Le poche persone che passano qui sotto con questo tempaccio mi vedono o appiccicata alle finestre, o intenta a spargere grissini per gli uccelli sopra il terrazzo di pietra, o determinata a specchiarmi nel vetro della porta finestra. Raramente saluto la vecchia di fronte, con un gran gatto nero di nome Maramào e la faccia di una prugna secca. Non mi sopporta, lo so, ma guardiamo sempre insieme il milionario. La vedo da qui, con il televisore che le scintilla di blu, che agita le mani e parla da sola a gerry scotti. Chissà quali ragionamenti fa, vecchia signora mia. Se sapessi come fa di cognome la cercherei sulla guida, e la chiamerei adesso per dirle che la risposta giusta è la C.
gaia