UN PO' DELLA MIA STORIA
"Tu sei una delle persone più intelligenti, più creative e più comunicative che abbia mai conosciuto", mi disse una persona una volta al master publitalia. non era un mio collega e non era un docente. era una splendida persona ed una buona osservatrice, che mio malgrado ho frequentato poco.
"e solare".
ci ero rimasta. solare? al master non ero felice. per nulla. pur volendo una gran bene a molte delle persone che ne facevano parte io non mi sono mai sentita a casa. la mia solarità era in realtà lo specchio distorto di un profondo malessere. mi sentivo la sorpresa di plastica in un pacchetto di patatine. una robetta messa lì in serie a dare un po' di colore. ci ero voluta entrare io, in quel master. sostanzialmente per fuggire dall'azienda di mio padre. lavorare con lui, per me che per molti tratti ne sono lo specchio, era impossibile. passavamo la giornata a litigare ad alta voce. "nel mio ufficio!", gridava. io andavo là con passo da soldato e una gran voglia di cantargli le mie ragioni, e poi partiva il gridamento. roba che scotta, di quelle che trapassano le pareti scorrevoli e si infilano nelle fessure dei vetri. robe per cui gli impiegati alzavano lo sguardo dal pc o correvano alle scrivanie col passo velocissimo e la testa china. finiva quasi sempre che io infilavo la porta senza rispondere alle domande di nessuno, prendevo la macchina e sgommavo verso casa gridando "non mi vedi più!".
il giorno dopo ero di nuovo alla scrivania.
stavo assomigliando sempre più a fantozzi. mi scottavo col caffè, facevo comunella coi comunisti e passavo la giornata sui forum di cosmetici e di addestramento di cani da combattimento.
un giorno lessi in internet il bando di questo master prestigioso. poco mi importava quanto fosse difficile o di cosa trattasse. lessi velocemente il programma, saltando parecchie righe, c'era qualcosa come "creatività", "pubblicità", "immagine" , poi c'era "milano" e "tempo pieno", e decisi che era quanto mi bastava per avere una parvenza di interesse. e per portarmi via di lì.
inviai subito la mia candidatura, più per gioco che per altro. ero un prigioniero che tentava l'evasione in ogni modo possibile. quella era la mia lima del cazzo dentro la mia torta del cazzo.
insomma, il giorno della prima prova eravamo in migliaia. così tanti che non ci stavamo in un intero edificio. prima prova, test logico-matematico-attitudinale più toefl d 'inglese. lo feci felice di perdere un giorno di lavoro e certa che non mi avrebbero richiamata mai più. del toefl d'inglese parlato non capii un cazzo, ma seguivo le intonazioni di voce e andavo a fantasia. feci quasi tutto giusto.
il test lo passai alla grande. non solo, passai anche quello successivo, e quello dopo ancora, il colloquio di gruppo, e quello individuale.
ma sono certa che io finii lì dentro, tra quei 30, soprattutto per l'ultima prova.
"autopresentazione davanti ad una telecamera ed a tutto il corpo docente in aula magna".
c'era gente che se l'era scritta su un fogliettino e se la ripassava prima di entrare. c'erano non ricordo se 3 o 4 minuti a disposizione. io stavo fuori dalla porta a giochicchiare con la punta delle mie scarpe (da ginnastica) e origliavo. facevano domande strane sulle catene distributive e sulla piramide di maslow. robaccia. quando arrivò il mio turno io entrai e partii con tono deciso. sorridevo. sempre sorridere alla platea. sempre. guadagni punti. in 3 minuti raccontai tutti i cazzi miei, quelli più ridicoli di cui non poteva fregare niente a nessuno, tantomeno lì dentro. raccontai che mio padre era la mia ossessione, che sono un casino ambulante, che comincio le cose e non le finisco, che sono creativa ma ingenere, che canto, non sapevo perchè ero lì, anzi sì, lo sapevo, era per fuggire dall'azienda di famiglia, che ero una leader e che ero ipocondriaca. la platea, fatta di docenti e selezionatori, mi guardava basita. espressioni a dir poco stralunate. nessun segnale positivo. avevano la faccia di chi pensa "ma da dove cazzo esce questa qua?"
appena parlai di leadership un ragazzone dall'ultima fila tuonò "dunque lei si ritiene una leader? cos' è per lei un leader?"
giuro che non mi ricordo cosa risposi, ma fu qualcosa di molto brillante perchè tutti annuirono e lui mi lasciò in pace e ritornò a cuccia con espressione pensosa.
"e sì, io mi ritengo una leader", aggiunsi girandomi verso di lui con tono di sfida.
un signore con un po' di pelata ruppe il silenzio. aveva una penna in mano e mi indicò con violenza. credevo che un raggio laser mi avrebbe incenerito sul colpo ma non accadde.
"come si vede tra 10 anni?", mi chiese.
"morta".
5 giorni dopo il direttore mi chiamò in ufficio per invitarmi a fare parte della classe del 2005.
se ne pentì a tal punto che alla festa di fine corso mi presentò ad un nuovo allievo con parlata milanese, pochi convenevoli e afferrandomi la mano forte come fanno gli anziani quando hanno paura che tu scappi via all'improvviso.
"questa è la Riva (con l'articolo), una gran testa di cazzo, una delle medie più alte della storia del master publitalia, ma non studia un cazzo, perchè non gliene frega niente di niente A LEI. lei vuole cantaaaaaaare".
e in quel cantare, che sventolava con le braccia in aria, con fare scettico e cabarettista, c'era tutta la gaia che non ero, e anche quella che sarei diventata.
gaia