IL VIL DENARO
Una volta amavamo gli oggetti.
risparmiavamo per comprare il mixer fico della Beringer a 2448 canali, le cuffie professionali da usare in sala prove, il microfono "ad alte prestazioni", le pedaliere cool per la chitarra, le casse da 120000 watt, gli sgabelli da "acustico" per ricreare l'atmosfera al capannone, le bacchette ganze per la batteria, l'ear monitor ultimo modello per le esibizioni fuori, i plettri con i disegni evocativi, i panni per lucidare gli strumenti, le aste con 10 giunti snodabili per cantanti contorsionisti.
adesso non ce ne frega più niente. anzi, non volendo parlare anche a nome di altri, dato che effettivamente è un pensiero più mio che altrui, mi correggo: non me ne frega più niente.
non vivo più la musica in modo così materialistico.
le cose migliori le abbiamo fatte con un mixerino 8 canali con i pomelli colorati, una minuscola cassa gracchiante e un microfono da karaoke. parlo di fase creazione. avevamo venduto tutto, dal minidisc alle sedie per pagare i primi demo.
in realtà la seconda registrazione me la volli pagare andando al casinò. mi serviva circa un milione due e avevo 300 mila lire. così presi andrea (di forza) e lo trascinai a venezia. avevo studiato tutte le tecniche dell'unico gioco abbordabile dopo le slot machines (che non consentono nessuna strategia): la roulette. passai tre giorni, lo ricordo ancora perchè tutto ciò si accavallava con gli appunti di elettrotecnica II, a cercare informazioni in internet e ripassare statistica. sapevo che non c'era niente di certo, però era indispensabile conoscere tutte le regole, e utile riflettere un po' sui vari modi di giocare.
creai un enorme tabella excel in cui ponderavo i pro e i contro di un sacco di combinazioni di giocata. la conclusione fu, per me, che conveniva sempre procedere a piccoli passi con costanza, usando qualche legge probabilistica per minimizzare il rischio, piuttosto che sottoporsi a grossi rischi con vacue speranze.
quella sera giocammo per 4 ore sparpagliandoci su tre tavoli da gioco. avevamo 23 anni e ci eravamo vestiti come quei personaggi che si vedono sui motoscafi di notte nella pubblicità del martini dry. giacca nera, pantaloni eleganti, andrea cravatta, io tacchi altissimi e coda. camicia bianca tutti e due. nessuno ci aveva informato del fatto che al casinò di venezia si entra sì in giacca, ma va bene anche quella di panno fatta con la stoffa della poltrona e con le pezze ai gomiti, anzi, diciamo pure che tutti erano vestiti così tranne noi due. tutti sciatti e con scarpe basse. noi vestiti come quelli che sollevano la bara del capo dello stato.
ovviamente ci chiesero due volte i documenti. avevamo l'abbigliamento di chi vuole sbancare, andavamo controllati. ci fecero anche una foto con la telecamera nascosta, lo vidi benissimo, ma non la trovammo esposta all'uscita come succede sul colorado boat di gardaland.
giocammo per 4 ore e credetemi se vi dico che seguendo la mia strategia riuscimmo ad accumulare circa 650 mila lire. guardate che non è poco se si gioca con fiche da 1000. significa avere la pazienza di un santo e un culo uniformemente distribuito nel tempo.
arrivò mezzanotte e mezza, e la stanchezza cominciava a farsi sentire. ma non potevamo mollare. serviva il doppio, se volevamo fare il demo. e io VOLEVO FARE IL DEMO. mi sentivo invincibile ed ero convinta che tutti gli dei dell'universo stessero seguendo la mia avventura.
così feci quello che nessuna persona sana di mente avrebbe fatto: giocai tutto sul rosso. una sola volta. se vincevo, raddoppiavo. se perdevo, ero rovinata.
ma non avrei perso. era impossibile. io ero Gaia, noi eravamo i Sonic Wave, e dovevamo fare il demo.
non passarono nemmeno trenta secondi di pensieri vanagloriosi che uscì nero.
il seguito non ve lo racconto, perchè è una roba confusa fatta di due che tornano inkazzati neri al parcheggio tronchetto alle 2 di notte, una con le scarpe in mano e un altro con la camicia sporca di amaro averna, di una gran caciara del tipo "è colpa tua no tua no tu non mi hai fermato vaffanculo ma sei tu che hai studiato ma scemo non sai che la statistica non è certa che cazzo vuoi non mi parlare mai più" e anche di parecchi "scusi per tronchetto?" .... "insomma dove cazzo è sto tronchetto di merda!!!!!"
il demo non me lo pagò nessuno. vendemmo tutto quello che riuscimmo a trovare nel capannone, avrei venduto persino le dita di andrea se fosse servito a qualcosa. arrivammo a quota 1 milione. io cantai a velocità doppia e riuscii a starci con i costi.
questo per dire che il vil denaro, i vili oggetti, contano veramente poco sul risultato.
ma che ci sono casi in cui senza il vil denaro, e i vili oggetti, il più grande risultato resterà solo nella tua testa.
gaia
[nella foto, una batteria giocattolo che estraemmo da un cassonetto dell'immondizia vicino alla pizzeria "marechiaro", a 20 metri dalla sala prove]
risparmiavamo per comprare il mixer fico della Beringer a 2448 canali, le cuffie professionali da usare in sala prove, il microfono "ad alte prestazioni", le pedaliere cool per la chitarra, le casse da 120000 watt, gli sgabelli da "acustico" per ricreare l'atmosfera al capannone, le bacchette ganze per la batteria, l'ear monitor ultimo modello per le esibizioni fuori, i plettri con i disegni evocativi, i panni per lucidare gli strumenti, le aste con 10 giunti snodabili per cantanti contorsionisti.
adesso non ce ne frega più niente. anzi, non volendo parlare anche a nome di altri, dato che effettivamente è un pensiero più mio che altrui, mi correggo: non me ne frega più niente.
non vivo più la musica in modo così materialistico.
le cose migliori le abbiamo fatte con un mixerino 8 canali con i pomelli colorati, una minuscola cassa gracchiante e un microfono da karaoke. parlo di fase creazione. avevamo venduto tutto, dal minidisc alle sedie per pagare i primi demo.
in realtà la seconda registrazione me la volli pagare andando al casinò. mi serviva circa un milione due e avevo 300 mila lire. così presi andrea (di forza) e lo trascinai a venezia. avevo studiato tutte le tecniche dell'unico gioco abbordabile dopo le slot machines (che non consentono nessuna strategia): la roulette. passai tre giorni, lo ricordo ancora perchè tutto ciò si accavallava con gli appunti di elettrotecnica II, a cercare informazioni in internet e ripassare statistica. sapevo che non c'era niente di certo, però era indispensabile conoscere tutte le regole, e utile riflettere un po' sui vari modi di giocare.
creai un enorme tabella excel in cui ponderavo i pro e i contro di un sacco di combinazioni di giocata. la conclusione fu, per me, che conveniva sempre procedere a piccoli passi con costanza, usando qualche legge probabilistica per minimizzare il rischio, piuttosto che sottoporsi a grossi rischi con vacue speranze.
quella sera giocammo per 4 ore sparpagliandoci su tre tavoli da gioco. avevamo 23 anni e ci eravamo vestiti come quei personaggi che si vedono sui motoscafi di notte nella pubblicità del martini dry. giacca nera, pantaloni eleganti, andrea cravatta, io tacchi altissimi e coda. camicia bianca tutti e due. nessuno ci aveva informato del fatto che al casinò di venezia si entra sì in giacca, ma va bene anche quella di panno fatta con la stoffa della poltrona e con le pezze ai gomiti, anzi, diciamo pure che tutti erano vestiti così tranne noi due. tutti sciatti e con scarpe basse. noi vestiti come quelli che sollevano la bara del capo dello stato.
ovviamente ci chiesero due volte i documenti. avevamo l'abbigliamento di chi vuole sbancare, andavamo controllati. ci fecero anche una foto con la telecamera nascosta, lo vidi benissimo, ma non la trovammo esposta all'uscita come succede sul colorado boat di gardaland.
giocammo per 4 ore e credetemi se vi dico che seguendo la mia strategia riuscimmo ad accumulare circa 650 mila lire. guardate che non è poco se si gioca con fiche da 1000. significa avere la pazienza di un santo e un culo uniformemente distribuito nel tempo.
arrivò mezzanotte e mezza, e la stanchezza cominciava a farsi sentire. ma non potevamo mollare. serviva il doppio, se volevamo fare il demo. e io VOLEVO FARE IL DEMO. mi sentivo invincibile ed ero convinta che tutti gli dei dell'universo stessero seguendo la mia avventura.
così feci quello che nessuna persona sana di mente avrebbe fatto: giocai tutto sul rosso. una sola volta. se vincevo, raddoppiavo. se perdevo, ero rovinata.
ma non avrei perso. era impossibile. io ero Gaia, noi eravamo i Sonic Wave, e dovevamo fare il demo.
non passarono nemmeno trenta secondi di pensieri vanagloriosi che uscì nero.
il seguito non ve lo racconto, perchè è una roba confusa fatta di due che tornano inkazzati neri al parcheggio tronchetto alle 2 di notte, una con le scarpe in mano e un altro con la camicia sporca di amaro averna, di una gran caciara del tipo "è colpa tua no tua no tu non mi hai fermato vaffanculo ma sei tu che hai studiato ma scemo non sai che la statistica non è certa che cazzo vuoi non mi parlare mai più" e anche di parecchi "scusi per tronchetto?" .... "insomma dove cazzo è sto tronchetto di merda!!!!!"
il demo non me lo pagò nessuno. vendemmo tutto quello che riuscimmo a trovare nel capannone, avrei venduto persino le dita di andrea se fosse servito a qualcosa. arrivammo a quota 1 milione. io cantai a velocità doppia e riuscii a starci con i costi.
questo per dire che il vil denaro, i vili oggetti, contano veramente poco sul risultato.
ma che ci sono casi in cui senza il vil denaro, e i vili oggetti, il più grande risultato resterà solo nella tua testa.
gaia
[nella foto, una batteria giocattolo che estraemmo da un cassonetto dell'immondizia vicino alla pizzeria "marechiaro", a 20 metri dalla sala prove]
