SOGNANDO

Mi piace pensare di avere una Squadra.
sembra una cazzata, ma non è facile crearne una che si basi sui principi giusti. rispetto, stima, complementarità, equilibrio. in una squadra non ci possono essere troppe teste calde, ne basta una. non possono esistere solo diplomatici, o l'ambiente si appiattirebbe e non esisterebbe quell'effetto frattura da cui nasce sempre il caos, e poi la creazione di qualcosa di nuovo che prima non c'era. non possono essere tutti spiritosi allo stesso livello, o ci si annoierebbe a morte. non possono avere talenti uguali, o non ci sarebbe interscambio, e nemmeno apprendimento. inoltre deve esistere stima, a meno che non si tratti di una squadra di giocatori di calci in culo.
quando sono in studio ultimamente mi capita di vedere me, andrea ed emilio come un team. un po' scalcinato in certi momenti, quando lui parla al telefono col suo figlioletto di un anno usando il linguaggio onomatopeico dei "brr...csss..muci muci", quando andrea corre a casa a vedere la partita dell'inter (poraccio) o quando io inciampo nel filo della chitarra, che mi fa inciampare in quello della connessione, che mi fa inciampare nel tappeto.
però è una bella squadra.
così a volte guardo fuori dalla finestra e al posto dell'albero spoglio del giardino vedo gli mtv music awards. e sento "and the winner is..." e un gran rumore di applausi. e la prima cosa che vedo o che avverto in questo sogno delirante non è la gioia di avercela fatta, o di aver raggiunto un risultato importante tutto per me, ma il senso di gloriosa appartenenza ad un gruppo. e immagino gli abbracci, i nostri, incrociati e circondati da un gran casino di mani che battono e da una delle mie canzoni che a tutto volume riempie la sala, una canzone cattiva, che so, Running, o Psyche, nelle parti che spaccano di più. rumore forte di batteria e una sensazione pazzesca di calore e sollievo e liberazione e rivalsa e tutto quello che viaggia con esse. vedo andrea, ed emilio, e assurdamente li immagino vestiti quasi uguali, sobri..in dolcevita nera morbida che sta così bene agli uomini non d'affari, in netto contrasto con il porpora delle sedie dell'arena.
cazzo, quanto dev'essere bello scendere quelle scale con un tuo pezzo a tutto volume che impazza, con il flashare delle luci intorno, ma soprattutto con la sensazione di essere arrivati ad un traguardo insieme superando tutto lo schifo, la merda, il vomito degli attimi bui. anche perchè non c'è gusto a festeggiare da soli, o magari con qualche zecca di turno che vuole attaccarsi al tuo momento o che non capisce un milardesimo di quello che sta dietro due soli minuti di gloria.

questi sono i sogni dei musicisti, signori, di gente fragile ed egocentrica che passa la propria vita a creare qualcosa che parli di sè, senza nessun'altra pretesa che quella di poterla un giorno comunicare.

gaia