PENSIERI SPARSI












Correvo, correvo.
quando stavo male correvo.
prendevo anche d'inverno e andavo nelle campagne ai margini della città, al solito percorso fatto di alberi spogli, salite, discese e campi di grano, di stradine di ghiaia e pezzi d'asfalto.
correvo e seguivo il suono del mio fiato con la musica nelle orecchie.
coldplay.
avevo sempre uno strano pantalone, con una gamba corta ed una lunga e le tre strisce adidas. tagliato da me per monitorare il ginocchio acciaccato. nike ai piedi, felpa e spesso cappellino. cellulare in mano. alla fine non correvo, facevo una staffetta in solitaria, con un testimone sudato nel palmo che di tanto in tanto squillava.
creed.
partivo in salita, per 20 minuti. era bellissimo. mentre sudavo e sentivo la fatica spaccarmi le gambe tutti i pensieri si annacquavano, sempre più, diventavano lontanissimi e poi esplodevano facendo un casino infernale che sentivo solo io. e stavo meglio.
janis joplin.
correvo, correvo e sentivo i miei passi sulla terra. intorno non c'era nessuno. solo buio, le luci delle case e quando la notte era bellissima la neve. la neve che bagnava le scarpe, e che buttavo giù dai rami passando e toccandoli in velocità con la mano.
bagnata e frastornata.
correvo, e se qualcuno mi aveva fatto del male o ferito, correndo io lo cancellavo per un'ora. immaginavo che mi vedesse dall'esterno, mentre mangiavo la montagna, e gridavo in silenzio "mi vedi? ehi tu, coglione, mi vedi? mi hai fatto del male e sto correndo. non sono al suolo, non resto ferma per te. mi vedi, cazzone? io sto correndo..."...e la rivalsa affiorava sulla pelle con un sapore caldo e rassicurante, con la lentezza di una doccia di miele dal colore scuro....mi sentivo invincibile.
aretha.
arrivavo all'ultimo pezzo in salita, una strada di sassi bianchi circondata da immensi campi di granoturco più alti di me.
alla fine c'erano due colonne bianche ed un cancello di ferro sempre aperto.
odiavo quel tratto. tutta la fatica accumulata esplodeva e mi dovevo contrarre nello sforzo per non rallentare. in quei metri riaffiorava la tristezza. la debolezza. qualche volta ho pianto, ma non mi sono mai fermata. ci dovevo passare attraverso per arrivare alla discesa, che si portava via tutte le scorie delle mie vene e della mia anima, e mi restituiva la forza che andavo cercando come se avessi superato una prova magica al cospetto di qualche dio delle montagne.

è tanto che non corro più.

quasi ogni giorno qualcuno mi dice che sono un genio in qualcosa, anche quando un semplice "ti voglio bene" mi farebbe sentire meno sola. persone diverse, alcune le conosco, altre no, alcune me lo dicono con tono sorpreso, altre invece con una serietà buffa, altre ancora lo dicono e sembrano non farci nemmeno caso, come se dicessero "fa un euro" dopo un caffè. a furia di dirmelo ci crederò. se non fosse che ho un'autocritica da far cadere le palle a un toro, e che mi fa rimanere con i piedi per terra, a quest'ora sarei chiusa in un hangar sotto il mare a progettare la conquista del mondo come lo scienziato pazzo di nanà.
per fortuna invece lavoro solo ai miei progetti, che sono quelli di trovare una mia dimensione realizzativa.
curerò io la grafica del disco e del libretto contenuto, a livello concettuale.
stavolta voglio che tutto abbia il senso che voglio che abbia.
stavolta non finirò in mano a gente a cui non interessa sapere chi sono davvero, ne' da dove vengo, ne' perchè odio i sandali.

stavolta gioco in casa.

gaia